Patto di fine legislatura
Francesco Giavazzi condivide l’opinione, largamente diffusa in Europa e nei mercati, che l’atteggiamento schizofrenico delle forze politiche che oggi votano le misure di austerità dell’esecutivo tecnico ma promettono di “superarle” dopo le elezioni rappresenta una ragione primaria della diffidenza che persiste nei confronti del nostro paese e della sua capacità di onorare il suo debito. Forse si potrebbe aggiungere il peso del dato, ormai strutturale, della debolezza nella crescita produttiva.

Francesco Giavazzi condivide l’opinione, largamente diffusa in Europa e nei mercati, che l’atteggiamento schizofrenico delle forze politiche che oggi votano le misure di austerità dell’esecutivo tecnico ma promettono di “superarle” dopo le elezioni rappresenta una ragione primaria della diffidenza che persiste nei confronti del nostro paese e della sua capacità di onorare il suo debito. Forse si potrebbe aggiungere il peso del dato, ormai strutturale, della debolezza nella crescita produttiva. Ma anche qui alle incertezze del governo si sommano quelle delle prospettive indicate dai partiti in questo campo. In ogni caso, dissipare questi dubbi è nell’interesse comune dei partiti maggiori che sostengono il governo e della stessa democrazia, che non può veder trasformato in un pericolo l’esercizio fisiologico e sacrosanto della sovranità popolare. Giavazzi propone che a questo scopo i partiti della strana maggioranza attuale, che si confronteranno nella contesa elettorale di primavera, assumano fin d’ora l’impegno comune a non fare promesse elettorali che poi avrebbero un costo insostenibile per i conti pubblici. L’idea, che può sembrare pazza perché chiede ad avversari di convergere proprio in una fase pre-elettorale, tradizionalmente la meno adatta per intese di questa natura, è invece eccellente. Lo è in realtà anche per i partiti, che invece di giocare a rimpiattino quasi vergognandosi del senso di responsabilità dimostrato nel sostegno alle misure, anche impopolari, di austerità, agevolando così l’aggressività del variegato fronte del rifiuto, guadagnerebbero a farsi forti proprio dell’equilibrio, della moderazione e del senso dell’unità nazionale, cioè delle virtù che hanno praticato in questa fase ma di cui sembrano volersi scusare.
L’idea pazza della convergenza preventiva tra i concorrenti è in realtà la via per evitare che le politiche economiche post elettorali appaiano dettate dall’esterno (oltre che dal rispetto del Fiscal compact che comunque impegnerà qualsiasi governo responsabile). L’ipotesi non va rifiutata, anzi dovrebbe essere estesa ad altri campi, a cominciare dalla riforma della legge elettorale che deve uscire dal ginepraio delle contrapposizioni tattiche. Anche la questione della crescita, che è poi connessa al reperimento di risorse per finanziare un abbattimento del cuneo fiscale, potrebbe essere definita in modo unitario, partendo dalle riflessioni convergenti sulle misure di abbattimento del debito che sono venute da varie parti. L’altra strada, quella delle promesse elettorali che si dimostrerebbero o inattuabili o rovinose è già stata percorsa, da Romano Prodi e da Silvio Berlusconi, con l’effetto del disfacimento delle alleanze che su queste promesse si erano aggregate.